SITO PILOTA: IL GHIACCIAIO DI TACONNAZ (ALTA SAVOIA)

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  • Evoluzione dei seracchi: 13 agosto 2010
    Evoluzione dei seracchi: 13 agosto 2010

Il ghiaccio di Taconnaz è predisposto a rotture di seracchi molto importanti, che in inverno possono innescare valanghe di neve e ghiaccio quando il manto nevoso è instabile. L’oggetto dello studio condotto in GlaRiskAlp è stato duplice: da una parte caratterizzare la frequenza delle rotture e il loro volume, dall’altra determinare il regime termico del ghiacciaio, che ne condiziona il movimento e la stabilità.

L’analisi delle rotture di seracco è stata effettuata con una strumentazione fotogrammetrica automatica, che è stata installata nei pressi del rifugio dei Cosmiques e che ha permesso di misurare l’evoluzione geometrica della zona a intervalli regolari di circa 15 giorni. Le oscillazioni di lunghezza e spessore dei seracchi sono state calcolate a partire da questi rilievi. Lo studio dimostra che, in seguito a una rottura, il fronte del seracco avanza progressivamente fino a raggiungere un limite che non può superare. Le cadute di seracchi più massicce si producono quando il fronte raggiunge questo limite. Questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente: in alcuni casi, il fronte del seracco può disgregarsi in più pezzi senza tuttavia scatenare rotture importanti. Le variazioni di spessore, calcolate su profili longitudinali, hanno permesso di calcolare quindi le variazioni di volume. La curva delle oscillazioni di volume è molto simile a quella delle variazioni di lunghezza.

Questo studio fotogrammetrico ha permesso di mostrare come lo studio geometrico dell’area di seracchi permette di prevedere la data in cui il seracco raggiunge il limite oltre il quale non può più svilupparsi. A partire da quel limite, una rottura massiccia è possibile ma non obbligatoria: in questa configurazione il seracco può disgregarsi in più pezzi, mentre in altri casi il volume della rottura può superare i 250.000 m3. Lo studio delle variazioni geometriche costituisce quindi un buon indicatore per prevedere la soglia oltre la quale si può verificare un crollo massiccio, anche se la caduta non è dettata unicamente da queste variazioni geometriche.

Malgrado i risultati raggiunti, il metodo fotogrammetrico presenta inconvenienti legati alle condizioni meteorologiche e ai pesanti mezzi necessari per il mantenimento in situ e per le restituzioni. Per rimediare a queste difficoltà sarà necessario immaginare un nuovo protocollo di misure: gli strumenti LiDAR terrestri, per esempio, hanno fatto progressi considerevoli negli ultimi anni, specie per quanto riguarda la portata; la loro precisione è  centimetrica, molto migliore della precisione fotogrammetrica a distanza di diversi chilometri.

La seconda parte dello studio ha riguardato il regime termico del ghiacciaio, che ne condiziona la dinamica e la stabilità. La ricerca mirava a comprendere se l’apparato fosse “temperato” (temperatura di 0°C) o “freddo” (temperatura negativa). Le misure eseguite in fori hanno dimostrato che il ghiacciaio è freddo. Rimane ancora necessario condurre uno studio per sapere se e quando questa zona glaciale possa divenire temperata, con le implicazioni che ne derivano per la sua stabilità, attraverso misure e modellazioni numeriche.